Il principe promesso – III

Il ragazzo senza nome

Mi ritrovai da solo, perduto, perso. Ero da solo e l’unica cosa a cui pensavo era che mi ero perso. Avevo i piedi fradici, densi del viscidume che ricopriva quell’altro viscidume che stava sul pavimento.

Per chilometri e chilometri niente interferiva con la perfetta linea che divideva cielo e viscidume. Spazio vuoto, non un anima, niente.

A parte un grosso albero che partendo da terra arrivava chissà dove fin sopra le nuvole, come nelle grandi fiabe. Solo che questo era fatto di vetro e a terra era viscido e non c’era un un’anima viva per chilometri e chilometri, niente, spazio vuoto.

Come si fa a scalare un albero di vetro, mi chiedevo. In ogni sua caratteristica l’albero era realistico, il tronco, i rami, le radici, le foglie, gli appigli.

I primi quattro metri di scalata furono facili, la caduta che ne seguì fu ancora più facile. Da lì in poi il vetro era troppo smussato, impossibile aggrapparsi, impossibile salire.

Cadendo mi accorsi di non sentire più dolore, ovvio, ero morto. Tre giorni per scalare i primi quattro metri di vetro non patendo la fame e la sete, ero morto di certo.

La cosa bella dell’essere morti è che non si hanno più molte preoccupazioni, è tutto più spontaneo. Così tirai un gran calcio all’albero che prima crepandosi e poi disintegrandosi lasciò spazio ad una porticina come soltanto appoggiata per terra.

Mentre il luccichio del vetro danzava sopra la mia testa capii di non dover salire ma scendere.

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