La poesia raccontata:”Unità di risveglio”

Se non si ritiene decoroso, o quanto meno consono al momento storico complesso e arduo che stiamo vivendo, scrivere, è pur sempre possibile leggere e rileggere.

Giovanna Rosadini nasce a Genova nel 1963. Presto si laurea in Lingue e Letterature Orientali all’università di Ca’ Foscari, a Venezia. Scoppiano l’amore per la poesia, l’impegno, la passione. Lavora come redattrice per Einaudi dove cura “Clinica dell’abbandono” di Alda Merini ed esordisce come scrittrice con la raccolta di liriche “Il sistema limbico”.

Dopo la sua prima pubblicazione nel 2008 scrive “Unità di risveglio” (2010), cui segue “Il numero completo dei giorni” nel 2014, “Fioriture capovolte” nel 2018 e soltanto un anno fa “Frammenti di felicità terrena”.

Unità di risveglio” è quindi il suo secondo libro di poesie, pubblicato nel 2010 da Einaudi. Partendo da una drammatica vicenda  la poetesse racconta della sua vita dopo essersi risvegliata dal coma nell’autunno del 2005.

Di lei ci racconta Andrea Castrovinci Zenna, poeta e docente di Italiano e latino nei licei, nato a Palermo nel 1988. Autore della raccolta poetica “Il nome di mia madre” e di alcuni inediti comparsi sul web (Poetarumsilva, Atelier, Poesiaultracontemporanea), Andrea Castrovinci arriva terzo al premio Pascoli e vince la terza edizione del Premio Isola Pino Fortini nel 2018.

Giovanna RosadiniUnità di risveglio
Einaudi Editore 2010

Nota di Andrea Castrovinci Zenna

Se non si ritiene decoroso, o quanto meno consono al momento storico complesso e arduo che stiamo vivendo, scrivere, è pur sempre possibile leggere e rileggere. E non solo i classici canonizzati, ma anche quelli che lo diverranno a breve.

Un libro inizialmente ha bisogno di lettori e/o di una critica che lo sostenga; questa la sorte di tutte le opere: nascere, essere sostenute; ma poi il tempo uccide i lettori, e magari dopo qualche generazione non se ne parla più. Anche questo è un destino, improvvido. Ma quando di un’opera, di un autore si parla, ecco che vive nuovamente.

Il classico può definirsi tale quando vive da sé, viene letto e attualizzato e interpretato e reinterpretato e sempre riesce a dire il suo tempo e il nostro, il passato e il presente e, possibilmente, il futuro. L’universalità del messaggio è il potere del classico. E se tale è, prescinde dal contingente, dalle disgrazie recenti o trascorse, non si affida al tema, ma alla sua forma per svalicare i valichi del tempo. In fondo Ulisse, (che cosa vecchia!) nel suo nostos verso casa, che compie di innovativo? Torna a casa dopo la guerra, attraverso una serie di peripezie. Sai che storia.  E Renzo e Lucia? Due giovani villani desiderosi di sposarsi e mettere su famiglia, ma che a causa di un prete vile e soprattutto di un libertino arrogante, non riescono; gliene accadono di tutti i colori, arriva persino la peste, e poi si sposano. Fine. Capolavoro della letteratura italiana. Eh no signori, (mi rivolgo ai non addetti ai lavori: i letterati leggeranno questo modesto opuscoletto come retorico e velato da una scialba, noiosa ironia: ma abbiate pazienza, di solito devo rivolgermi agli alunni, è una deformazione professionale) non è la trama a rendere un’opera un classico, ma il sovrasenso che da essa ne scaturisce. E credo, dopo questa premessa, di potermi finalmente rivolgere al testo di cui volevo scrivere fin da principio, una raccolta poetica del 2010 che a distanza di dieci anni continua a parlarci, perché, come un viaggio verso un ritorno a casa (e non per nulla l’ultima sezione della raccolta si intitola Itaca), ci parla del vuoto e della dimensione ritrovata che non è mai la stessa che avevamo lasciato alla partenza.

Intanto la trama: una donna si opera e va in coma, poi si sveglia e torna a casa. Fine. Ma la donna in questione è Giovanna Rosadini, e il suo volume poetico Unità di risveglio (2010).

Eppure, nella sua lineare angustia sfoggia uno scavo profondissimo nei confronti della nostra natura, risultando tutt’altro che una lettura non avvincente, pur parlandoci di un evento banale (e quando dico banale intendo comune, ossia che può capitare; sul quale, oltre al naturale non-vissuto e aurorale-vissuto del risveglio, che ci sarebbe da dire? Capita. Tutto a questo mondo capita, no? Un coma, la morte di un genitore, la fine di un amore: nulla è alieno). Ma nella semplicità della trama risiede la grandezza di un’opera classica: anzi, più semplice la trama, più lineare e intelligibile il linguaggio, più l’opera ne risulta valorizzata, perché trascende la dimensione denotativa, (pur mantenendo la comprensibilità) per connotarne altre cui ciascuno di noi nella sua piccola miseria può affacciarsi, scoprendo aspetti inusitati, concordanze, dialogando con essa.

La poesia che scaturisce da Unità di risveglio si incarna universalmente in qualsiasi assenza, in qualsiasi lutto. Perché le assenze sono lutti, da (spesso vanamente) elaborare: benché di entità e conseguenze enormemente differenti, tutte le esperienze legate al vuoto, alla perdita, al riuscire con sforzi e ricadute a riacchiappare una dimensione che sembrava nullificata e privata di ogni significato, hanno un fondo di sottese analogie, restano drammatiche e difficilmente [se non (in)]comprensibili. Ecco allora che ogni abisso a spiombare la consueta normalità si affaccia e ingorga ciascuno di noi: chi per un amore disgraziato, chi per un lutto, chi per una assurda degenza post-operatoria che ha comportato un doversi riconfrontare con la vita e con se stessi. Questo ci lascia Rosadini: una poesia coraggiosa, che indaga senza pietismi un fondo buio.

Il volume, (in tre sezioni: Sintomi, Terra di nessuno e Itaca) dalla impronta narrativo-diaristica usa una lingua netta, che registra sensazioni e tenta di renderle comprensibili, entro una distensione placida del verso, con cadenze spesso regolari, prediligendo dimensioni ampie. Rosadini così mostra di volerci rendere partecipi di quel suo nulla, che si espande fino a comprenderne altri di origine diversa, in maniera tutt’altro che allucinata, anzi al contrario in modo pulito, scabro, limpidamente terribile.

In copertina troviamo subito sonorità che ci parlano da lontano: la cadenza ritmata va dalla presa d’atto, icastica, dell’evento, al successivo sbiadirsi e in esso confondersi. La retorica, lontanissima dall’essere abbellimento, è funzionale a esprimere non solo quella non-vita del coma, vissuta in prima persona dall’autrice, ma qualsiasi universale perdita e conseguente vuoto. (…)


Per il testo completo visita il sito poetarumsilva.com

Altri inediti di Andrea Castrovinci: Rimpianto postumo, Tu non hai udito Veronica svelta, “Editi e inediti“.

Il nome di mia madre recensito da Francesco Scrima e Il nome di mia madrerecensito da Vernalda Di Tanna

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