Natura e uomo: un rapporto complicato

Sentire il vento entrare dal finestrino e percorrere le guance lentigginose ed arrossate, vedere l’orizzonte ornato di una luce vermiglia mentre le colline sbiadiscono e la strada si fa stretta, ascoltare una musica che scandisce il tempo e fa perdere…

Lucia Massaro, Natura e uomo: un rapporto complicato

Sentire il vento entrare dal finestrino e percorrere le guance lentigginose ed arrossate, vedere l’orizzonte ornato di una luce vermiglia mentre le colline sbiadiscono e la strada si fa stretta, ascoltare una musica che scandisce il tempo e fa perdere il pensiero in questo infinito paesaggio capace di far dimenticare gli affanni.

Spesso si possono trovare istanti di serenità e di fuga in semplici modi. Istanti che fanno percepire la nostra piccolezza di fronte al mondo, alla Natura, all’ignoto. Portano a domandarci quale sia il nostro ruolo in tutto questo, quale sia il nostro destino.

In questi giorni, in cui si ha un’ampia possibilità di riflessione, ciò che può essere definito come “rapporto uomo/Natura” è uno degli argomenti preferiti da poeti, critici, artisti.

La grandezza dell’uomo, l’evoluzione, le scoperte, le innovazioni… sono messe in grave difficoltà di fronte ad un “semplice” agente infettivo di dimensioni microscopiche. Ciò rende lecita la messa in dubbio della potenza e della libertà dell’uomo quando va a confrontarsi con la Natura.

Romano Luperini, critico letterario, esprime chiaramente l’impossibilità umana di poter controllare le forze naturali, che possono essere parzialmente arginate dall’istituzione della civiltà. In tal caso, come affermato da Giacomo Leopardi, l’unica vera arma a nostra disposizione è la solidarietà; l’unione di tutti gli uomini per combattere un nemico comune.

Il sentimento leopardiano, da sempre considerato come una mera proclamazione di pessimismo e di miseria della vita umana generata da una Natura perfida e feroce, non può che essere invece considerato come molto vicino al sentimento comune sviluppatosi durante questi lunghi giorni trascorsi a casa.

Leopardi definisce tutta la storia della civiltà come la progressiva scoperta della nostra fatale infelicità: dagli uomini primitivi, lieti come fanciulli, lungo tutta la storia dell’uomo che viene condotto con forza verso l’orrida verità celata dalla Natura apparentemente benefica e materna. Questa concezione della storia prende spunto da due importanti illuministi come Rousseau e Vico ma dedica alla ragione un ruolo diverso: quello di mostrare, non tanto le abilità dell’uomo, quanto la sua miseria.

L’origine di questa infelicità è nella contraddizione della natura umana in cui coesistono il disperato desiderio di piacere (cioè felicità) e l’impossibilità di conseguirlo (come si può dedurre da numerose opere leopardiane quali: “Dialogo della Natura e di un Islandese”, “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, ma soprattutto dalle riflessioni dello Zibaldone).

Da una visione pessimistica e meccanicistica Leopardi giunge alla definizione di una Natura indifferente che genera l’uomo bramoso di felicità in un mondo che gli nega la possibilità di raggiungerla. Proprio per questo motivo, come afferma nel suo lascito finale, La ginestra, bisogna stringere una catena solidale.

Se volessimo mettere a confronto la concezione leopardiana della realtà con quella di una poetessa contemporanea, dovremmo senza dubbio citare Mariangela Gualtieri e la sua poesia “Nove marzo duemilaventi” volta ad una riflessione riguardo i giorni di quarantena che stiamo passando.

I primi versi mettono in luce la dinamicità dell’uomo dedita egoisticamente al dominio dell’utile, e l’incapacità di “rallentare” in un mondo in cui il perseguimento del proprio interesse vige prepotentemente.

La poetessa inoltre designa una Terra “viva per davvero” e “pensante d’un pensiero” che muove le leggi che governano l’universo e che, attraverso il virus, si dimostra vendicativa nei confronti dell’umanità; invece la morte diviene, nelle sue parole, uno strumento per equilibrare l’ordine cosmico.

Questo tempo, meno produttivo del solito, per l’autrice contemporanea, risulta tuttavia essere utile e fecondo: infatti la poesia termina con un augurio, un messaggio di speranza riguardo al futuro e in particolare alla fine della pandemia che ha messo l’umanità di fronte alla verità, alla debolezza e all’incapacità di controllare queste spinte oscure che governano il proprio destino: il trionfo della solidarietà e la condotta di una vita più delicata e consapevole nel rapporto con la natura.

Ciò che mi piace pensare e in cui credo è che nessun ragionamento logico potrà mai essere lo strumento adatto a farci comprendere il senso della vita, la causa delle cose che conosciamo, il nostro rapporto con la Natura. Confido nelle capacità umane di poter dare un senso alla vita di ciascun individuo ma ammetto l’impossibilità di quest’ultimo di poter dimostrare razionalmente il fine ultimo e certo di ogni cosa.

E allora mi domando: può, la nostra infelicità, essere generata dalla ragione (come affermato da Leopardi), o essere in realtà causata dalla disperata e utopica volontà umana di concepire e spiegare l’Infinito, di comprendere il tutto, di dare risposte al senso profondo dell’esistenza attraverso metodi puramente convenzionali?

L’uomo appartiene ad un ordine cosmico infinite volte più vasto e complesso di lui.

Forse la risposta alla felicità potrebbe risiedere negli istanti di serenità di fronte all’immensità del Creato e nel lasciare che il nostro sguardo si perda lungo lo sbiadire delle colline e si immerga in un vermiglio orizzonte senza fine. E nel ricordarcelo e ricordarlo, con placida fratellanza.

 

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