No alle MGF: di cosa si tratta?

Ancora oggi sentiamo parlare di mutilazioni genitali femminili in molte aree del mondo. Di cosa si tratta ? L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce le mutilazioni genitali femminili come "tutte le forme di rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o altre modificazioni indotte agli organi genitali femminili, effettuate per ragioni culturali o altre ragioni non terapeutiche".

Ancora oggi sentiamo parlare di mutilazioni genitali femminili in molte aree del mondo. Di cosa si tratta ?L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce le mutilazioni genitali femminili come “tutte le forme di rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o altre modificazioni indotte agli organi genitali femminili, effettuate per ragioni culturali o altre ragioni non terapeutiche”.

 

Un esempio è l’infabulazione, questa mutilazione dei genitali femminili prevede l’asportazione delle piccole labbra e di parte delle grandi labbra vaginali, con o senza l’escissione (asportazione) del clitoride.

Al fine della pratica viene lasciata solo un’apertura di 1-2 cm per consentire la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale. Al termine, le gambe delle vittime vengono spesso legate insieme e restano così per almeno due-quattro settimane, per favorire la guarigione delle ferite .

 

Questa pratica molto spesso viene eseguita su ragazze di età compresa tra i 4 e 15 anni di età da donne senza alcuna preparazione medica, utilizzando strumenti rudimentali e senza alcun tipo di anestesia.

Le mutilazioni genitali femminili portano a gravi conseguenze come infezioni, emorragie, per quanto riguarda i danni a lungo termine queste pratiche possono compromettere gli organi interni, portare alla sterilità e in casi estremi la morte.

 

Purtroppo esiste molta ignoranza nei confronti di queste pratiche, che generalmente sono legate a motivi di carattere religioso, ma non solo, anche culturale e sociale. La pratica delle MGF è documentata e monitorata in 27 paesi africani e nello Yemen. In altri Stati (India, Indonesia, Iraq, Malesia, Emirati Arabi Uniti e Israele) si ha la certezza che vi siano casi di MGF ma mancano indagini statistiche attendibili.


Meno documentata è la notizia di casi di MGF avvenute in America Latina (Colombia, Perù),e in altri paesi dell’Asia e dell’Africa (Oman, Sri Lanka, Rep. Dem. del Congo) dove tale pratica non è mai assurta a tradizione vera e propria.
Infine, sono stati segnalati casi sporadici di MGF anche in paesi occidentali, limitatamente ad alcune comunità di migranti.

 

Le MGF violano una serie di diritti umani riconosciuti dalla comunità internazionale: il diritto alla non discriminazione, in quanto le mutilazioni sono simbolo della disuguaglianza delle donne rispetto agli uomini (Dichiarazione Universale sui Diritti Umani) il diritto alla vita e alla sopravvivenza,ogni qual volta una bambina o una donna muoiano a seguito del rituale (art. 6, Patto sui Diritti Civili e Politici ) il diritto alla libertà ed alla sicurezza della propria persona (art. 3, Dichiarazione Universale sui Diritti Umani); il diritto all’integrità di donne e bambine (Convenzione sui Diritti dell’Infanzia (CRC) del 1989 ) dato che, nella maggior parte dei casi, le MGF vengono effettuate su minori la cui crescita psicologica viene profondamente modificata assieme al loro regolare sviluppo fisico.

 

Anche il diritto alla salute è palesemente trasgredito dalle MGF in quanto le donne vengono sottoposte a un intervento superfluo, che implica la modificazione del corpo di persone perfettamente sane facendo nascere gravi problemi prima non presenti.

 

Finalmente in Sudan il 30 aprile il governo ha annunciato la messa al bando delle mutilazioni genitali femminili.

Un passo avanti per le nuove autorità sudanesi al potere dal 2019 dopo la caduta del dittatore Omar al-Bashir.

La nuova legge adottata in Sudan è un buon inizio che deve essere accompagnato dall’educazione e dalla sensibilizzazione per abbattere definitivamente queste pratiche disumane e sessiste.

 

Purtroppo ancora oggi non possiamo parlare di parità di genere nonostante i progressi. Pensiamo all’Ungheria dove il primo ministro Orban non ha ratificato la Convenzione di Istanbul, ossia un trattato per combattere la violenza sulle donne adottato dal Consiglio d’Europa nel 2011 e sottoscritto dall’Ungheria nel 2014. Si dice che tutte le garanzie legali per proteggere le donne dalla violenza domestica sono già presenti nelle leggi del paese e che la Convenzione contiene un approccio inaccettabile sul “genere”. Hanno motivato la decisione citando la “migrazione illegale” che il testo favorirebbe e la cosiddetta “ideologia gender”.

 

Le donne hanno il diritto di essere trattate con dignità e i principi fondamentali che le tutelano devono interamente essere rispettati non possiamo rimanere in silenzio di fronte le MGF e i provvedimenti presi dal governo ungherese.

Spread the world

Leave a Reply