Non è un’altra stupida biografia

Arriva un momento nella vita in cui finalmente capisci che è tutto sbagliato. Quel momento spesso coincide con la depressione ma con l’unica differenza che a quest’ultima esiste un rimedio, soggettivo e unico.

Arriva un momento nella vita in cui finalmente capisci che è tutto sbagliato. Quel momento spesso coincide con la depressione ma con l’unica differenza che a quest’ultima esiste un rimedio, soggettivo e unico.

Il mio rimedio, infatti, aveva i capelli della stessa cromatura del ciliegio. I suoi anni ne avevano uno più dei miei e più che una ragazza pareva un fiore, uno di quelli che appena sbocciati sono destinati ad appassire per la crudeltà della natura.

Non descriverò più niente di lei o degli sviluppi della mia storia, certe cose sono impossibili da esprimere o da imprimere su carta. Del resto ne parlerà mio fratello Umberto.



Penso che le persone più tristi sono quelle che si sforzano di più nel rendere felici gli altri. La consapevolezza di essere inutile ti spinge a combattere per non far provare i tuoi stessi sentimenti a chi ti sta attorno.

Al contrario di nostra madre e nostro padre io non ho mai considerato mio fratello una persona inutile. Lo consideravo un esempio da seguire, un obbiettivo poter diventare come lui.

Aveva tre anni più di me, diciannove in totale.

Mi capitava spesso di parlare con lui, era una persona molto intelligente, molto amata. Starlo a sentire mi soddisfaceva tanto e che la gente pendesse dalle sue labbra mi faceva sentire piccolo al suo suo confronto ma che fiero.

Non ha mai fatto pesare la differenza tra noi due, né dentro né fuori le mura della nostra casa.

Come ho già detto, mio fratello era una persona davvero solare, non l’avevo mai visto piangere, almeno non fino a quella sera.

Me ne stavo in camera nostra aspettando che tornasse per farmi raccontare tutto quello che gli era capitato uscendo quel sabato sera ma questa volta aveva sforato di parecchio il coprifuoco imposto da nostro padre. Erano oramai le due di notte quando finalmente, dopo essere rientrato ed aver subito la solita sfuriata da nostro padre, aveva aperto la porta entrando in camera.

<Umberto, sei sveglio?>

<Si>.

<Spegni il lume, domattina mamma e papà ti sveglieranno presto per andare alla messa>.

<Perché non vieni con noi?>

<Non voglio venire>.

<Ho sentito papà che ti urlava a dosso, tutto il vicinato l’avrà sentito. Come mai sei tornato così tardi, qualche ragazza?>

E mio fratello pianse per la seconda volta nella sua vita.

<È in questi momenti che mi sento vaso di coccio> disse tirando su con il naso. E come un bugiardo che si dimenticava di stare mentendo disse: <Si, una ragazza>.

Non avevo mai visto mio fratello piangere, non sapendo che dire mi addormentai inquieto quella sera.

L’indomani mattina andai alla messa e tornato di fretta a casa mi precipitai a svegliare mio fratello che come ogni domenica non si alzava fino all’orario di pranzo.

<Ohhhh, sveglia. Voglio sapere di questa nuova ragazza. Parla o andrò al lavandino per riempire i miei gavettoni, poi saranno guai>.

<Mhh…>: sbottò lui ubriaco di sonno.

Parlavamo sempre di tutto, non avevamo segreti, eravamo in confidenza noi due. Bastò qualche altra piccola minaccia scherzosa e si convinse presto.

<Nome, cognome e codice fiscale. Ah, voglio anche una descrizione completa di tutti i particolari. Sentiti libero di descrivere il sedere.>

A quel punto mio fratello parlò. Mi descrisse i capelli color del ciliegio, i fianchi stretti, i seni piccoli e le gambe lunghe. Le scarpe che era solita portare e chi occhiali spessi che teneva in viso.

<Per il sedere sei ancora troppo piccolo, vattene a raccogliere le fragole, bamboccio.>

<La sua descrizione è stata soddisfacente. Si è evitato una bella doccia gelida, scelta saggia fratello.>

<Comunque>, continuai sempre io, <vado a mettere la tovaglia, datti una smossa, scendi e aiutami.>

Per tutto il resto quella domenica fu abbastanza tranquilla, ordinaria oserei dire. Le ore si fecero subito piccole, la notte sostituì il giorno e un altro lunedì aprì la settimana.

Della mattinata successiva non ricordo molto, solita storia, solita solfa. A scuola e poi il rientro a casa per pranzo.

I nostri genitori lavoravano e non li trovavamo mai in casa al ritorno da scuola, quindi toccava a noi prepararci qualcosa da mangiare.

<Io cucino, tu lavi piatti e pentole>: propose mio fratello.

<Tu cucini, tu lavi i piatti e io mangio>: controbattei io cercando di stuzzicare il suo lato divertente.

<Umberto. Io cucino, tu lavi piatti e pentole.>

<Va bene.>

Lo trovavo strano, non rifiutava mai di stare al gioco e adesso mi rispondeva così freddamente.

<Apparecchia la tavola e prepara due piatti fondi, faccio la pasta.>

<Si signor capitano>: dissi allora io urlando e portandomi la mano alle tempie.

<Non ho sentito bene!>

Finalmente scorgevo un sorriso sul suo viso.

<Si signor capitano!!>: urlai io ancora più forte.

E ci adoperammo a preparare tutto l’occorrente per il pranzo. E quando tutto fu pronto ci sedemmo a tavola, l’uno di fronte l’altro.

<Hai visto la tua ragazza oggi?>: chiesi io per spezzare il silenzio.

<No.>

<Come mai?>

<È morta.>

<Si fammi indovinare, resusciterà domani e andrete al cinema? O forse la porterai in qualche ristorantino? O forse in qualche luogo più appartato, uhhh… brutto sporcaccione, che hai in mente?>

E mio fratello pianse per la terza volta nella sua vita. Le lacrime sgorgarono libere per circa dieci secondi, poi si asciugò gli occhi e riprese a mangiare con la solita espressione divertita che era solito avere in volto.

<Se questo è uno scherzo ti assicuro che non è divertente.>

<Okay.>

<Okay cosa?>

<Okay significa okay. Ti dico che ormai non c’è più, è morta.>

Non riuscivo proprio a capire, ero troppo spaventato da quel suo tono di voce calmo e inespressivo.

<Quando?> Non sapevo che dire, che fare, come comportarmi.

<Due mesi fa.>

<Perché non me ne hai parlato?>

<Tu non me l’hai chiesto.>

<Io… Come potevo saperlo, perché non me ne hai parlato? Tu mi racconti sempre tutto.> A quel punto la mia emotività prese il sopravvento e cominciai a piangere.

Lui non mi degnò di uno sguardo, finì il suo piatto, si alzò e mi ordinò di sparecchiare la tavola e lavare le stoviglie. Io non riuscii a muovere un dito, continuavo a piangere e non lo facevo tanto perché lo compativo ma perché egoisticamente mi sentivo tradito da quella mancata confessione.

<Umberto ricomponiti. Sparecchia la tavola e dai una bella ripulita alla cucina o la mamma si arrabbierà con te al suo ritorno.>

<Si arrabbierà con te se non lo faccio, lo sai.>

<Lo so, adesso datti una mossa. Io sto uscendo.>

<Dove vai?>

<A trovare la mia ragazza. Mi manca.>

<Ah, allora stavi scherzando prima?>

Mi fissò per un attimo, uno di quelli che paiono non passare mai.

<Si, tranquillo.>

<Sei un idiota. Me la sono quasi fatta a dosso per la disperazione.>

<Scusami, non volevo spaventarti.> E come era solito fare quando mi vedeva con il broncio urlò: <Sorridi Umbè!>

Poi uscì di casa per non tornarci mai più. Quella fu l’ultima volta che rividi mio fratello vivo.



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