Riflessione sulla condizione degli sradicati e sul sentirsi stranieri.

Riflessione sulla condizione degli sradicati e sul sentirsi stranieri

Quante volte hai provato la sensazione di "sentirti straniero"? Credo che sia una sensazione comune a molti. Ad esempio, quando sei in una classe, anche da anni, tutti parlano tra loro mentre tu sei in un angolo, per non sembrare quella ‘strana’, leggi un libro.
Riflessione sulla condizione degli sradicati e sul sentirsi stranieri. Quante volte hai provato la sensazione di “sentirti straniero”?

Credo che sia una sensazione comune a molti. Ad esempio, quando sei in una classe, anche da anni, tutti parlano tra loro mentre tu sei in un angolo, per non sembrare quella ‘strana’, leggi un libro. Vale per sentirsi stranieri? Io penso di sì, sei straniero a quella amicizia che lega tutti loro, sei straniero al gruppo classe. Quando vivi in un’epoca che non senti adatta a te, vale anche questo per sentirsi stranieri? Sì. 

 

Ma hai mai provato sulla tua pelle il dolore, la paura e l’angoscia di essere sradicato dal tuo Paese? E’ terribile da sperimentare, si crea un’invalicabile frattura tra l’essere umano e la sua vera casa. Quello di cui sto parlando è molto vicino all’esperienza dei migranti.

 

Uomini e donne che si imbarcano nella speranza di trovare un posto dove vivere meglio e dignitosamente, pagando per un sogno che, spesso, si trasforma in incubo. Le cause che spingono queste persone a spostarsi verso destinazioni, solitamente sconosciute, sono molteplici, ma quella preponderante è di matrice economica. Vivere in un Paese diverso dal tuo può permetterti di osservarlo in maniera lucida e distaccata, a volte mettendo a nudo anche le debolezze. Ma con il passare del tempo l’animo umano sarà travolto da un altro sentimento: la nostalgia. La migrazione non deve essere percepita soltanto come un problema, ma anche come un fenomeno positivo per la crescita e lo sviluppo sia per i Paesi d’arrivo, sia per quelli di partenza.

 

Ma chi è lo straniero? Lo straniero è l’insolito, stravagante, strano, inquietante. Lo straniero incarna tutto quello che è fuori dall’ordinario e dall’ordine stabilito. E’ quindi straordinario, di fatto eccede l’ordine; quindi è eccezionale, rivoluzionario, è colui che può ribaltare l’ordine. E’ colui che ci mette davanti al fatto che la nostra cultura non è qualcosa di assoluto, ma è solo una tra le tante. Quando noi autoctoni pensiamo ai migranti come etnie, comunità, e persino culture, li stiamo categorizzando, stiamo innalzando dei confini tra loro e noi e in qualche misura li stiamo inferiorizzando.

 

Perché, infatti, non si parla mai di una etnia italiana? Perché noi occidentali siamo Stato e Nazione, e loro etnie e comunità? Il problema si pone quando incontriamo un migrante e pensiamo di aver incontrato una cultura, non un individuo. Pensiamo che le sue azioni, i suoi comportamenti, i suoi pensieri siano dovuti anzitutto alla sua origine, alla sua appartenenza culturale, etnica. E che come lui si comporteranno e penseranno tutte le persone della sua stessa origine e appartenenza.

 

 

Se un rumeno ruba, lo fa perché è rumeno, e tutti i rumeni rubano. Se una donna marocchina cucina il cous cous, è perché è marocchina, e tutte le signore marocchine cucinano il cous cous. Tutti gli stereotipi colgono una parte di realtà. Ma è solo una parte, appunto, che esclude le mille differenze tra persone di uguale provenienza. 

 

E’ inutile negarlo: per l’uomo è sempre difficile prendersi le proprie responsabilità. E’ più semplice, invece, individuare in qualcuno la causa dei propri problemi, così è sufficiente solo lamentarsi; una sorta di valvola di sfogo delle nostre frustrazioni. Noi uomini lo abbiamo sempre fatto, lo facevamo nel Trecento, quando perseguitavamo gli ebrei accusandoli di aver provocato la peste e continuiamo ancora scagliandoci con gli immigrati per qualsiasi cosa accada. Sono il capro espiatorio del nostro secolo. Tutti il 27 Gennaio facciamo il minuto di silenzio e postiamo frasi solidali per gli ebrei massacrati nei campi di concentramento; ma allo stesso tempo, alcuni propongono di affondare i barconi, sterminarli in massa o lasciarli morire nei paesi da cui vengono.

 

Purtroppo, la storia si sta ripetendo, non ad Auschwitz, non con la svastica, ma si sta tristemente ripetendo. Cicerone ci dice che “la storia è maestra di vita” ma a quanto pare a noi non ha insegnato nulla.

 

Non ci rendiamo conto che molto spesso lo straniero ci “studia” per capire meglio cosa fare, cosa dire, forse per compiacerci, per sembrarci meno straniero, per somigliarci. E’ impossibile non provare a capire, comunicare e ,soprattutto, essere empatici verso chi vive questa situazione. Ma purtroppo qui l’irritazione è eccessiva. Nello straniero vediamo la nostra estraneità, che ci fa paura, per questo cerchiamo di rimuoverla. Mi chiedo: quanto sarà pericoloso non avere l’aspetto, il nome, le carte dei ” veri italiani”? Impariamo a conoscerci per riconoscerci.

 

“A te. Straniero, se passando mi incontri e desideri parlarmi, perché non dovresti farlo? E perché non dovrei farlo io?”

(Walt Whitman)

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